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rassegna stampa calabrese
Fonte: La Provincia Cosentina
Data: 12/10/2007
Autore: Eliseno Sposato
La Provincia Cosentina
Cosenza: Non ci resta che sperare
Provincia: Cosenza
Comune: Cosenza
Argomento: Spettacolo
Cosenza: Non ci resta che sperare

Intervista con Ettore Scola sulle sorti del cinema

La vita a volte è strana, ti alzi e pensi che sia un giorno come tutti gli altri. Lavoro da fare, dischi da ascoltare, articoli da scrivere, programmi radiofonici da preparare. Il cinema non è nelle mie competenze e priorità, ma quando capitano occasioni del genere, bisogna coglierle al volo. C’è da intervistare un maestro del cinema come Ettore Scola, venuto a Cosenza per il Film Festival Calabria, non più di cinque minuti ed un telefono a disposizione, non serve altro se non la capacità di sintesi e di relazionarsi con il personaggio. E’ così che un giorno normale ti resterà impresso nella memoria.
Qual è la sua prima impressione su questo Calabria film festival? «Guardando il programma, mi pare molto interessante, pieno di film giovani. Non ci resta che sperare nei giovani, visto che i vecchi oramai sono vecchi».
Ma i maestri restano sempre tali e di loro c’è bisogno. «I vecchi maestri se servono a qualcosa non lo so. Devo dire che dall’incontro che ho avuto con gli studenti dell’Unical, dai loro interventi, ho avuto modo di cogliere come questi giovani hanno una giusta percezione del cinema che, seppure non tecnica, non specifica, ma inserita nel dovere del cittadino ed un regista è un cittadino prima di tutto. Deve tenere conte della realtà che lo circonda, della realtà in cui vive, della realtà che vuole cambiare. Visto che la realtà italiana è da cambiare, molte speranze sono riposte nei giovani ». Per fare questo c’è bisogno di quegli incentivi che la nostra Italia non rende al cinema nella misura in cui ne riceve lustro. La classe politica ama fare passerella nei festival del cinema, anche in uno piccolo come questo, ma in concreto non attua politiche di sostegno all’industria cinematografica. «Dicono tante parole, anche troppe. In tv nei galà festivalieri, ma c’è una parola che quasi nessuno usa ed è la parola cultura. E’ una parola di cui si diffida, e non è una questione di oggi. Quando ho iniziato a fare cinema c’era il regime democristiano che non è che fosse amico della cultura. Sappiamo cosa hanno sofferto registi come Rossellini o De Sica, mica ragazzetti alla prima esperienza. Alcuni loro film hanno avuto successo prima in Francia piuttosto che in Inghilterra o Germania e poi, di ritorno, hanno ottenuto il riconoscimento in Italia. Il destino di “Ladri di biciclette” che ha avuto successo in Francia prima che da noi. Così Rossellini è diventato un mito prima francese molto prima che italiano. Qui la cultura è sempre stata vista con diffidenza, forse perché la cultura è contraria al potere e allora è un veleno».
Allora che consiglio può dare un maestro come lei ad un giovane che vuole esprimersi attraverso il cinema? «Di non fare il cinema solo perché è piacevole, ti dà la possibilità di girare il mondo, conoscere attori ed attrici. Non è questo il cinema, almeno non va fatto con questo spirito. Il cinema deve essere come ogni altra professione, che sia il medico o il falegname, va fatta con grande sincerità e partecipazione e convinzione che qualcosa di nuovo e diverso si può portare. Quindi se un giovane vuole fare il cinema perché è più comodo così appare ed avrà successo, alla fine non resterà nulla di questo giovanotto. Mentre se pensa che vive in una società che può anche essere cambiata da quello che lui fa e che lui dice, allora sicuramente avrà successo e diventerà un bravo regista».