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Redazionale




di Francesco Idotta
21/05/2007 - Intervista allo scrittore reggino Rocco Carbone
“Bisogna avere la fortuna di imbattersi nel libro giusto al momento giusto. Da piccolo avevo un conto aperto alla libreria Gangemi, dove potevo acquistare tutti i libri che desideravo. I miei genitori avevano capito l’importanza della lettura. Ho comprato anche dei volumoni che non ho mai letto, ma alcuni libri mi hanno formato: sono stati dei veri maestri”. Così esordisce Rocco Carbone, ricordando la sua infanzia a Reggio Calabria.
Al tavolino del bar di fronte al palazzo Campanella, Rocco Carbone, riservato ma disponibile, fuma una sigaretta dietro l’altra e ha negli occhi l’entusiasmo di un bambino, soprattutto quando parla di letteratura. L’ha sentita dentro sin da quando frequentava il Liceo Classico, posseduto dal demone dell’arte e dal desiderio di raccontarsi, perché, come afferma egli stesso : “Tutto ciò che si scrive è autobiografico”. Fosse anche un saggio di filosofia o un articolo di giornale. “Non possiamo che parlare di noi, di quello che scopriamo guardandoci nel profondo, nei momenti di solitudine. Sono certo che non avrei mai scritto le cose che ho scritto se non avessi avuto quella certa infanzia, tra Via Sbarre e Corso Garibaldi. Tutto questo l’ho smarrito per sempre. Ma se non si lascia il vecchio non si può avere il nuovo”. C’è malinconia nei suoi occhi, mentre cita una poesia di Elizabeth Bishop, sull’arte di perdere…
Lavorando come insegnante a Rebibbia, Rocco Carbone si confronta ogni giorno con la sofferenza, ogni pomeriggio. La mattina è riservata alla scrittura. “Non è facile… a volte gli studenti sono stranieri che non parlano una parola d’Italiano. È in quei momenti che ti rendi conto di quanto sia importante la parola e la capacità di conoscere le lingue degli altri. Da ragazzo ho frequentato molto il francese e anche la sua letteratura, verso la quale sento di avere un debito intellettuale. L’inglese l’ho imparato da adulto e penso che oggi la letteratura di riferimento sia quella che parla questa lingua”. Carbone ha lavorato negli State, in una piccola università dell’Iowa, nella quale è stato invitato come scrittore, vi è rimasto tre mesi, ha dormito nello stesso albergo di Raymond Carver e forse avrà fatto un salto nell’Illinois, attraversando il Mississippi, per seguire idealmente uno dei suoi scrittori preferiti, il quale all’epoca del proibizionismo andava al di là del fiume per scolarsi una bottiglia di whiskie in santa pace, magari a Chicago o a Springfield.
I viaggi, le storie ascoltate in carcere sono materiale prezioso per uno scrittore, perché chi scrive lavora anche mentre sta affacciato alla finestra o mentre sta sdraiato a mare a prendere il sole. L’osservazione ti insegna a perdere, a capire che non puoi possedere nulla e che l’unica cosa che puoi trattenere è una sensazione, sia di gioia o di rabbia, come quella volta durante una cena organizzata da Adelphi, in cui si è sentito dire che Reggio Calabria è una città di merda. “Ci può stare una critica – dice Carbone – ma non l’offesa… in quell’occasione ho saputo reagire, perché, nonostante la freddezza che questa città mi ha sempre riservato, io la amo. L’ho persa quando me ne sono andato, è vero, ma non posso sentirne parlare male”.
Carbone è uno romanziere che sa stanziare nel pantano della scrittura e pur essendo consapevole che esistono attività più gratificanti e solari, non può esimersi da questa pratica. “La scrittura amplifica una situazione claustrofobia, non serve per scaricare le tensioni, ma per fartele vivere fino in fondo. Ti porta alla radice delle cose. Forse chi scrive non è sano di mente… aveva ragione Argiroffi, un sera d’estate all’Oasi, quando disse che un libro come il mio poteva averlo scritto solo un malato di mente. Lui lo disse per offendermi, ma io lo feci diventare un complimento e gli risposi che della mia malattia mentale io non intendevo parlarne in pubblico con uno sconosciuto”.
Nella sala Green del palazzo regionale, invitato dal suo compagno di scuola Glauco Morabito, Rocco Carbone si rivolge ai ragazzi del Convitto Campanella leggendo loro le pagine dei suoi scrittori preferiti… “Per scrivere bisogna leggere e vivere i luoghi degli altri… non c’è altra via. Bisogna saper abbandonare i propri luoghi. Questa perdita non è un rinnegare, ma un lasciarsi andare… un desiderio di scoperta”.
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