Rugby... che passione
Rugby... che passione
di Pasquale Zumbo

05/06/2007 - Battaglie epiche. Scontri leali ma duri tra uomini che puntano alla conquista del territorio avversario. Se per un attimo la vostra mente è volata ai racconti del “Ciclo Bretone”, con Re Artù protagonista, vi siete sbagliati. Qui si parla di una palla ovale e di una méta. Qui si parla di Rugby. Le ultime vittorie conseguite dalla Nazionale italiana nel torneo “Sei Nazioni” sono valse gli onori della cronaca, i titoloni sui giornali e l’attenzione della gente. Il nobile gioco inventato per puro caso in Inghilterra (nel college di Rugby) durante una partita di calcio, è diventato uno sport di rilievo anche in Italia.
«Non è affatto uno sport violento come molti genitori credono. Il rapporto tra i giocatori è apparentemente brutale”. Anche se è gente che pesa. Non meno di 100 kg. “Che gioca uno sport di contatto, gli scontri non possono essere leggeri, ma sono ben allenati per affrontarli». A parlare è il presidente della Polisportiva Reggio Calabria Rugby, Luigi Malluzzo, formazione che milita nella serie C italiana, con un ottimo settore giovanile (under 15 e under 13) e che negli ultimi anni ha conseguito importanti ottimi risultati. L’anno scorso ha disputato i play off promozione dopo aver vinto il campionato calabrese, eliminata al secondo turno dal Noceto Parma, squadra che sta lottando per arrivare in serie A. E lo spirito messo in campo dai ragazzi è davvero quello giusto. «A fine partita tutti si abbracciano al centro del campo gridando “viva il rugby” e subito dopo danno vita al “terzo tempo”. Si cena e si beve birra tutti insieme, in armonia, come nella migliore tradizione anglosassone». E questo vale anche per i tifosi. «Ho visto Italia – Irlanda del “Sei Nazioni” al Flaminio di Roma – racconta Malluzzo -. Erano presenti 7000 irlandesi che hanno visto la partita mischiati agli italiani. E prima dell’incontro ci si incontrava e magari si beveva una birra assieme. Nel rugby non esistono i gabbioni per la tifoseria ospite tipici del calcio e se una squadra conclude un’azione particolarmente bella applaudono tutti, al di là dei colori. È tutta un’altra cultura». Eppure sono tifosi italiani anche questi. Quelli del Flaminio di Roma come quelli del Cibali di Catania. È solo questione di sport. La differenza tra il calcio, esasperato nei toni e nei comportamenti, e il rugby, intriso di lealtà, e di amore per lo sport è evidente. E pian piano in molti stanno cambiando strada. «Qui però manca la tradizione – ammonisce il presidente -. Al nord il rugby è da anni uno degli sport più importanti. A Reggio, in particolare, dopo la positiva esperienza in serie A della “Caronte”, non c’è stato più nulla. Mancano gli stimoli per la crescita». Per lui lo sport è passione pura. Per questo, nonostante gli impegni lavorativi, tre anni fa ha creato una squadra di rugby. Ma le difficoltà non mancano. Perché non siamo in Inghilterra o in Francia ma in Calabria. «Noi facciamo tutto il possibile per promuovere questo sport – afferma Malluzzo – ma qui è più difficile, il nostro limite sono le strutture. Ci fosse un campo in erba dove portare i ragazzi ne verrebbero a centinaia. E invece una volta a settimana siamo costretti ad allenarci al campo di Condera. Un bel campo ma in terra battuta. E a cadere lì ci si fa male...». Un problema in parte risolto perché Fidal e Comune hanno concesso ai tre club reggini (Rugby Reggio, Play TV e la Polisportiva) l’impianto “C.O.N.I.” del rione Modena. «Il terreno non è il massimo, ma almeno è in erba. E grazie alla disponibilità del custode che a volte ritarda la chiusura, troviamo il tempo di allenarci tutti». Ma è questione di tempo perché lo stadio di rugby ci sarà. A Ravagnese. «È stato costruito con i fondi del Decreto Reggio ed è in fase di completamento – precisa Malluzzo -. La tribuna da 900 posti e gli spogliatoi sono già stati ultimati. Manca ancora l’erba che deve essere seminata, ma anche completo darà parecchi problemi». Ovvio. Alcune regole di base non sono state assolutamente rispettate. «Nel nostro sport ci sono delle limitazioni logiche. Per esempio, non possono esserci ostacoli a meno di tre metri dall’area di gioco, sarebbe pericoloso. E qui, invece la struttura degli spogliatoi è ad arco e gli spigoli finiscono a pochi passi dalla linea laterale. Per non parlare delle misure… la serie B necessita di una distanza minima tra le linee laterali di 66 metri, qui non si arriva oltre i 60. Senza contare – conclude - che senza impianto di irrigazione l’erba non resisterà molto. Alla fine credo che sarà un campo di terra morbida, di bosco, senza pietre. Hanno detto che mancavano i fondi, ma avrei preferito una tribuna più piccola e uno stadio più funzionale. Dovremo accontentarci, ma questo campo sarà a stento approvato per la serie C». La solita storia, dunque. Si fa l’impianto ma… manca sempre più di qualcosa. Per fortuna le rimostranze del presidente non sono rimaste inascoltate. Un sopralluogo ci ha consentito di conoscere alcuni particolari. La ditta responsabile della realizzazione dello stadio ha acconsentito ad apportare delle piccole ma importanti modifiche che però hanno fatto ritardare la consegna, prevista per il primo maggio. È stato infatti abbattuto un muretto che, oltre a essere pericoloso per i giocatori, limitava la larghezza del campo di gioco. Così come il drenaggio. Tutto spostato di due metri. L’illuminazione invece non ci sarà mai per assenza di fondi e dunque dopo il tramonto sarà impossibile utilizzarlo. L’impianto d’irrigazione c’è ma è manuale. Senza un custode ligio al dovere l’erba (è stata scelta la migliore, la più resistente) non reggerà. Lo stadio dovrebbe essere consegnato nella prima settimana di giugno, salvo imprevisti. L’abilitazione per la C quindi arriverà, come da progetto, ma la nazionale certo non potrà mai giocarci. Resterà comunque un ostacolo per la crescita del rugby reggino.
Il numero dei praticanti non è elevato, si attesta sui 150, ma con soli tre club esistenti il bilancio non è poi da buttare. «Siamo la realtà più importante della regione. Sfortunatamente nella nostra città è il calcio ad avere l’attenzione maggiore. I ragazzi atleticamente più preparati sono orientati verso il pallone e quelli scartati da questo sport ripiegano sul rugby». Andare avanti in queste condizioni non è facile. La poca popolarità del rugby non consente di avere grandi fondi. Si tira a campare con piccole sponsorizzazioni di ditte amiche e gli esigui contribuiti degli enti, ma non basta. In passato è accaduto che alcune formazioni siano state costrette al ritiro dal campionato per mancanza di denaro. Nonostante tutto il presidente Malluzzo non demorde ma continua a lavorare per favorire la diffusione di questa cultura positiva. «Il nostro obiettivo è l’aggregazione tra gli appassionati di questo fantastico sport».
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