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Il sacro fuoco del palcoscenico
Il sacro fuoco del palcoscenico
di Maura Mollo

11/06/2007 - Non tutti come Grisù, sognano di fare il pompiere. Oggi, la maggior parte dei ragazzi cresce alimentando il sacro fuoco dell'arte. L'amore per il teatro. Forse è colpa di Saranno Famosi, forse della più recente Maria de Filippi, ma un ragazzo su cinque sogna di calcare le scene almeno una volta nella vita. Poi si cresce, si diventa grandi e i sogni si chiudono nei cassetti per pagare le bollette.
Eppure, alcuni resistono. Impavidi di fronte alle difficoltà, ciechi (in qualche caso) nei confronti dei propri limiti, la passione logorante li nutre in attesa di un agognato "tutto esaurito".
Reggio, piccola realtà, non è immune dal fascino del palcoscenico. Molte le compagnie amatoriali che nascono, crescono e muoiono con i più disparati progetti, con ambizioni di tutto rispetto, con il peso delle bollette delegato al "secondo lavoro".
Ma accanto a stelle cadenti, a Reggio ci sono attori che vivono di teatro nonostante tutto. Quelli che credono alla professionalità del ruolo malgrado il disinteresse delle istituzioni. Perché qui fare teatro seriamente è difficile. Mancano le strutture pubbliche; manca l'informazione; le istituzioni locali trattano le varie compagnie come dilettanti. Senza distinzione. E ai dilettanti, si sa, è negato l'accesso a strutture "professionali". Il teatro Cilea viene dato solo a nomi famosi che vengono da fuori.
Eppure il pubblico reggino sembra maturo. E' maturo. E' cresciuto in fretta. Nemmeno dieci anni per iniziare ad apprezzare le novità. Per uscire dal vernacolo parrocchiale e farsi trasportare da un teatro nazionale che lotta per attecchire. Senza aiuto. Con fatica. La fatica di chi a ogni progetto deve ricominciare da capo. Spiegare chi è, che ha fatto. Far capire che non è più un dilettante.
Solo questo basterebbe a lasciar perdere. Ma "quando una vita non basta" come afferma Gaetano Tramontana, 41 anni, attore e regista, "non puoi lasciar perdere. Ogni giorno penso di chiudere il sipario e cambiar vita. E ogni giorno combatto per quello in cui credo. Poi il pubblico. Un sorriso, un applauso, una sedia occupata mi fa capire che quella è la mia vita. E se le istituzioni collaborassero con noi, capirebbero che Reggio non è più solo il teatro parrocchiale."
"Il pubblico sta cogliendo questa innovazione, ma va aiutato a crescere. Deve avere la possibilità di conoscere le varie realtà teatrali per poter scegliere. E come si fa a scegliere se persino i tamburini sono solo a pagamento? (unico caso in Italia) Promuovere un progetto non dev'essere vista come bieca pubblicità, ma rispetto per il pubblico che ha il diritto di essere informato."
Anche Pino Flaviano, 36 anni, attore, lotta per un amore chiamato teatro. "Il palcoscenico è l'unico luogo per uscire dal quotidiano. Per permettere l'esasperazione delle emozioni. Per vivere più vite in una vita sola. Stare sul palcoscenico non è un gioco, ci vuole impegno, passione, sacrifici. Ma ne vale la pena. Reggio sta crescendo. Il pubblico inizia a sentire questo nuovo respiro di professionalità, però abbiamo bisogno di più spazi, di sostegno, di collaborazione da parte delle istituzioni. Il salto di qualità non ci sarà mai se ognuno coltiva sempre e soltanto il proprio orticello."
Ma i problemi non li hanno solo attori e registi di prosa. Il teatro di figura, che a Reggio Calabria esiste da dieci anni, merita una digressione. Si chiama Teatro delle Rane. E' composto da ex allievi dell'Accademia di Belle arti di Reggio e dal professore Aldo Zucco, e ai più è sconosciuto. "Facciamo tutto noi, dalla costruzione delle marionette, all'allestimento della scenografia, alla stesura dei testi. In calabria siamo gli unici a fare un lavoro così complesso. Ma paradossalmente siamo molto più conosciuti e apprezzati nelle altre città d'Italia che non a Reggio. Qui in città, se non fosse per qualche privato che ci sta richiedendo, non avremmo visibilità. Altrove non è così. Ad esempio dobbiamo molto al teatro dell'Acquario di Cosenza, che ha aperto le porte al nostro spettacolo 'Feria', durante una stagione con le più grandi compagnie nazionali. Solo a Reggio non riusciamo a venir fuori. E questo fa rabbia. Ma l'amore per il teatro e per i libri continua a farci resistere. Perciò restiamo qui nonostante tutto. Il problema fondamentale è che il teatro di figura è considerato di serie c dalle istituzioni, quindi ci si aspetta un teatro basso e con pochi costi. Le marionette, i burattini, le ombre, tutto ciò che è teatro di figura ha il suo valore, la sua complessità. Perché è complesso sincronizzare parole/musiche, movimenti e luci. Noi non recitiamo. Parole e musica sono registrate. Ogni movimento dev'essere eseguito in modo e tempi precisi, se salta qualcosa, lo spettacolo perde tantissimo e non si può più riprendere. Quello che le istituzioni non riescono a comprendere è che noi vorremmo dei riconoscimenti per ciò che facciamo, non chiediamo finanziamenti. Non chiediamo più nulla. Loro sanno che esistiamo come realtà culturale, ma continuano a 'dimenticarsi' di noi."
Il teatro delle Rane, da dieci anni sulle scene, ha all'attivo 13 spettacoli, diversi premi e un sogno: fare uno spettacolo sulla costa calabrese che si possa vedere da Messina.
Infine un occhio di riguardo lo si deve all'unico teatro in vernacolo che riesce a camminare da solo in città. Il teatro Loreto di Mimmo Raffa. La sua compagnia, nata oltre 30 anni fa come cabaret, dopo una lunga collaborazione con il Bagaglino di Roma, è passata al teatro in vernacolo e ha trovato 'casa' a Reggio, nella sala parrocchiale della Chiesa di Loreto. "Il nostro teatro rappresenta l'ultimo rifugio, l'ultima tana del teatro dialettale. Lo sentiamo più vicino e più trainante per la gente che, da una decina d'anni a questa parte, ci segue e si rispecchia negli spettacoli che proponiamo. Del resto, noi non presentiamo i copioni tout court come ci vengono dati, questo sarebbe un affronto per l'intelligenza della gente, ma li adattiamo, li cuciamo su misura alle situazioni che si vivono qui in città. Se si pensa che da tre spettatori iniziali siamo arrivati ad avere 168 abbonati e che la nostra sala ne contiene 130, per noi è una grande soddisfazione. Ma all'affetto del pubblico si contrappone il disinteresse totale delle istituzioni. Nonostante esista una legge del 1985 che dovrebbe tutelarci e appoggiarci, mai nessun politico ci ha degnato di uno sguardo. Tanto Reggio non fa testo. L'unica cosa che ci fa continuare è l'amore che il pubblico ci dimostra. Un amore che cresce di anno in anno e che rappresenta il nostro motivo di esserci."
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