Energia e risorse rinnovabili: centrali a biomassa
Energia e risorse rinnovabili: centrali a biomassa
di Enrica Tancioni

20/06/2007 - La terra sta morendo e la popolazione è destinata a scomparire. Non si tratta dell’ennesimo libro di Isaac Asimov, o della trama di un film di fantascienza, ma della cruda realtà. L’inquinamento sta distruggendo il globo, come? L’effetto serra sta peggiorando, i ghiacciai si stanno sciogliendo e il clima è impazzito. In questo panorama catastrofico si aggiunge il problema delle fonti di energia. In questo momento il carbonio riesce a soddisfare il fabbisogno energetico di tutte le nazioni industrializzate, ma produce troppa CO2 (anidride carbonica), provocando l’aumento di inquinamento. Ecco allora che studiosi e scienziati hanno pensato a nuove fonti energetiche, rinnovabili. Tra questi le centrali a biomassa. Le materie prime sono costituite da sostanze di origine vegetale e animale che lavorate opportunamente producono energia. Il processo di produzione si chiama Cogenerazione.
Quali sono i vantaggi? Sostenibilità ambientale, sicurezza, bilancio zero dell’emissione di anidride carbonica, minore dipendenza dall’estero, possibilità di sfruttamento di residui difficili e onerosi da smaltire, possibilità di combinare energia elettrica e calore, l’uso di materiale secco e il costo nullo di trasporto e materie prime. La biomassa è una fonte energetica pulita, compatibile con l’ambiente e rinnovabile. Le piante, infatti, per crescere devono assorbire dall’aria anidride carbonica, per poi trasformarla in legno, foglie, radici, ecc. Con l’utilizzo della biomassa il bilancio di CO2 rimane invariato, dal momento che la quantità di anidride carbonica prodotta dall’impianto a biomassa è equivalente alle emissioni di CO2 delle piante.

Parliamo in termini quantitativi: l’alimentazione annua richiede 30.000 tonnellate di biomassa per 430 ettari di terreno. In questo modo si producono 11.750.000 kWh di energia. Dato che un cittadino consuma 2800 kWh all’anno, la centrale può soddisfare il fabbisogno energetico di 4000 persone. Ne consegue che per garantire energia ad una città di 80.000 ci vorrebbero almeno 20 centrali a biomassa. La cifre sono eccesive, ma un impianto di questo tipo potrebbe risolvere problemi annosi. D’altronde il Protocollo di Kyoto parla chiaro: l’emanazione e la produzione di anidride carbonica devono diminuire. Ma in un paese in cui la produzione di CO2 è arrivata al 12 %, le uniche centrali di questo tipo sono site a Brunico, Crotone, Ospitale di Cadore (BL), Bambo d’Argenta (FE).
Nella provincia di Crotone sono operativi ben tre impianti: uno a Cutro, l’altro a Strongoli e l’ultimo nella zona industriale della stessa cittadina. La Calabria ha infatti varato il Piano energetico ambientale regionale che, elaborato con la consulenza tecnico-scientifica dell’Enel e dell’Enea, consta di oltre 700 pagine. Il piano, discusso ampiamente il 14 febbraio 2003, mira a sviluppare le fonti energetiche rinnovabili per ridurre le emissioni inquinanti. Ecco allora che nel 2000 iniziano i lavori per la costruzione di centrali a biomassa. Gli impianti, fortemente voluti dall’amministrazione provinciale, hanno trovato il consenso della popolazione, nonostante la forte disillusione alimentata dalla chiusura dei maggiori centri industriali della zona.

Corre l’anno 2001. Alla Commissione Europea arriva la richiesta di un finanziamento statale da parte del gruppo Biomasse Italia Spa, di cui fanno parte anche il gruppo Prisma, ABB Europe e holding Api. L’obiettivo è la creazione di uno stabilimento per la lavorazione delle biomasse di origine agricola e legnosa a Crotone. La biomassa, trasformata in un biocombustibile, serve per alimentare le centrali termoelettriche del gruppo Prisma a Crotone, Strongoli e Gela. Il costo? Soltanto 24,9 milioni di euro, di cui 15 destinati alla costruzione di un opificio per la lavorazione della biomassa e 9,9 milioni usati per l’acquisto di unità mobili. L’opificio comprende la produzione, lo stoccaggio e la distribuzione della biomassa da utilizzarsi come combustibile. L’impianto si estende per 20 ettari. Le unità mobili invece devono macinare il materiale grezzo per poi convertirlo ed usarlo come fonte energetica.
Il risultato? L’impianto riceve 17,5 milioni di euro dallo Stato. La centrale può quindi essere realizzata. Diventa operativa in pochissimo tempo. Nel 2004 la stessa società realizza a Strongoli l’impianto più grande e moderno d’Europa.

La produzione di energia è pari a 40MW a Strongoli e 20 MW a Crotone. Annualmente vengono generati circa 500 GWh per un fatturato di 100 milioni di euro. La materia prima è cippato di legno proveniente dalla manutenzione boschiva e dai residui agro-alimentari. I consumi? 450.000 tonnellate per Strongoli e 250.000 tonnellate per Crotone. L’occupazione indotta è di centinaia di posti di lavoro, che comprendono 85 lavoratori a tempo pieno interni all’azienda e collaborazioni esterne, come: imprese boschive, personale portuale, cooperative di trasporti, aziende di manutenzione e società di servizi generali.
L’azienda inoltre sostiene la sperimentazioni SRF ( Short Rotation Forestry), ovvero la produzione di piante ad alta velocità di crescita. Gli impianti di Biomasse Spa sono insomma efficienti e ben integrati con ambiente e territorio, dal momento che possiedono un Protocollo di sicurezza e un codice etico ben strutturato. La popolazione è contenta, anche se è maggiormente interessata al problema dell’occupazione. Non comprende infatti né la natura dell’impianto, né il suo funzionamento. “Sono contento che Crotone abbia queste centrali. Non capisco cosa facciano, ma so che danno molti posti di lavoro”, afferma Mario studente di 22 anni. Addirittura c’è chi grida all’inquinamento, come Roberto: “Queste centrali non ci servono. Inquinano e non danno molto lavoro. Mi chiedo come la Calabria, energeticamente autosufficiente, debba puntare su queste attività. Non sarebbe meglio investire in altri campi?”.

La centrale biomassa di Cutro è stata realizzata da EuroEnegy Group srl, società del gruppo Marcegaglia. I comparti cui si fa riferimento sono due: Fuelco Uno, che si occupa dell’approvvigionamento di biomassa legnosa e della sua preparazione, e l’ETA che possiede e gestisce la centrale di produzione elettrica da fonti rinnovabili.
Costato oltre 40 milioni di euro, l’impianto consta di due cicli di produzione: il rifornimento e la preparazione della biomassa, e quindi anche la trasformazione in fonti rinnovabili in energia elettrica. Le due aree dello stabilimento sono state inaugurate il 1 giugno 2004 dal presidente del gruppo: Steno Marcegaglia. Tutto sembra funzionare, ma i problemi iniziano prima dell'apertura dell'impianto.
9 luglio 2003, il Commissario delegato per l’emergenza ambientale rilascia un parere favorevole per la produzione di energia elettrica alimentata da rifiuti. Ma scoppiano le polemiche: i piani erano diversi. I Verdi, capitanati da Pietro Infusino, organizzano sit-in di protesta. Ancor prima della fine dei lavori, l’ETA si iscrive al registro provinciale delle imprese per il recupero di tipologie di rifiuti non pericolosi. E’ il 2002. Nel 2003 Roberto Garavaglia si rivolge alla Provincia.
Qualcosa non va. L’autorizzazione ricevuta è riduttiva, l’impianto dovrebbe essere legittimato a produrre energia mediante Cdr (combustibile derivato dai rifiuti), che appartiene alla categoria di rifiuti non pericolosi. Così nell’arco di qualche mese la Provincia chiede e ottiene pareri favorevoli. Il 5 agosto 2003 l’impresa può essere così iscritta al registro delle aziende autorizzate a trattare il Cdr. Ovviamente le emissioni in atmosfera devono rispettare i valori conformi alle disposizioni del Dpr 203/88. Infusino e i Verdi non sono soddisfatti, la centrale inquina e deve essere chiusa. Continuano così la lotta contro il termovalorizzatore. Nel giro di poche settimane la vicenda si placa e l’impianto può iniziare a creare energia dal Cdr.
Ma si sa, le aziende che funzionano non possono durare a lungo, i rischi sono tanti e le somme di denaro elevate. Così una domenica pomeriggio di settembre, le centrali di Crotone e Cutro vengono distrutte da un incendio. Strano? No, solo la normalità, dal momento che gli “attentati” sono di matrice mafiosa. La vicenda non sorprende. I sabotaggi sono stati molti.
Ma andiamo con ordine.
Nel 2001 l’impianto di Crotone, ancora in costruzione, perde 15mila tonnellate di materiale per un ammontare di un miliardo e mezzo di vecchie lire. Qualcuno ha appiccato fuoco alle cataste di legna sul piazzale. L’intervento tempestivo dei mezzi di soccorso riesce a scongiurare un vero e proprio disastro. Nel 2005 ignoti attentatori si introducono nel parcheggio dell’impianto Biomasse Spa di Crotone.
Cospargono di benzina diversi mezzi di produzione, per poi appiccare un piccolo fuoco. Le fiamme raggiungono due mezzi, immediatamente danneggiati. Uno appartiene alla centrale, l’altro a una ditta di Papanice che esegue lavori di manutenzione e di bonifica nell’azienda. Anche in questo caso l’azione di un operaio scongiura una catastrofe.
La situazione degenera il 26 settembre 2006. Sono le 15.15 e i Vigili del fuoco vengono allertati. È scoppiato un incendio presso il deposito di legname dell’ETA. Analoga richiesta arriva dalla Biomasse Spa alle 17.40. Nell’arco di due ore vanno in fumo quasi 70.000 tonnellate di legname.
L’incendio è talmente vasto che vengono mobilitati i Vigili di Crotone, Cosenza e Catanzaro e le squadre antincendio del Corpo Forestale dello Stato. I Carabinieri e la Polizia, temendo ritorsioni anche nel sito di Strongoli, presidiano l’impianto per tutta la notte. Il traffico viene rallentato, la Biomasse Spa sorge a località Passovecchio dinanzi il Centro Commerciale “Le Spighe” e la strada statale 106.
Inutile dire che la zona in questione è trafficata da diversi mezzi di trasporto.
Le fiamme vengono spente solo il giorno successivo, dopo aver usato oltre 30.000 litri d’acqua. Tuttavia ci sono voluti tre giorni per raffreddare completamente i luoghi dell’incendio.
I danni? Tre milioni di euro per l’impianto di Crotone e un milione scarso per ETA. L’80% della materia prima è stata distrutta.
Il movente? La pista dell’ecoterrorismo è stata immediatamente scartata, poiché gli ecoterroristi avrebbero distrutto l’intero impianto e non il materiale di biomassa. L’ipotesi più accreditata è quella mafiosa. C’è chi pensa a un attentato intimidatorio a scopo di estorsione e chi invece sostiene la tesi di una strategia finalizzata alla distruzione dell’intera riserva di combustibile del territorio.
Sembra che gli incendi dolosi siano collegati con la gara di appalto lanciata da Cellulosa Calabra Spa, che intendeva acquistare circa 60.000 tonnellate di materiale ligneo per produrre combustibile. Strano, anche perché la quantità di materia prima richiesta è la stessa della quantità andata in fumo durante gli incendi. Inoltre un altro elemento avvalora questa tesi. Il 28 settembre si sarebbe dovuta tenere l’asta. Probabilmente il mandante è qualcuno che ha tentato di scongiurare un’operazione che avrebbe leso i propri interessi economici. Non bisogna inoltre dimenticare che Biomasse Spa ed ETA sono invischiate nell’inchiesta Poseidon, che sta indagando sulla presenza di attività criminali nelle gare di appalto pubbliche.
Gli attentati non hanno di certo messo in ginocchio le due aziende, ma potrebbero indurre i responsabili delle imprese a non investire più forza e denaro nello sviluppo del territorio.
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