Quando la musica esce dalle cantine
Quando la musica esce dalle cantine
di M.Cristina Scullino

28/06/2007 - Vivere in una città come Reggio Calabria non è facile. Sognare lo è ancora meno. Soprattutto se il sogno si chiama musica. Spesso una dote innata, un dono, altre volte una scoperta. Fortuna, talento, studio. Un modo per comunicare le proprie emozioni. Semplicemente un gioco, o un trampolino di lancio. La musica è questo e altro ancora. Alcuni, pochi sono riusciti a farne il loro lavoro. Altri sperano un giorno di farcela e continuano a provarci, a non mollare. Altri ancora si sono rassegnati e sono andati via, al nord, con l’eterna valigia piena di sogni. Cantanti, musicisti, dj, speaker radiofonici, tecnici del suono. Il mondo delle sette note è fatto di difficoltà e soddisfazioni, ma tutte mirano a un unico traguardo: un piccolo posto al sole. Il viaggio tra gli “addetti ai lavori” di questo settore è davvero ricco di aneddoti, esperienze, curiosità e tanta, tanta gavetta. Partiamo proprio da qui e iniziamo a far girare il nostro disco. Uno, due, tre…ON AIR! Si comincia.
Uno studio arredato in maniera semplice, solo l’essenziale. Le pareti, di un arancio luminoso, sopportano il peso di tantissimi video musicali. Il divano è blu notte, le locandine appese sono esplicite: Smashits e Radio RC International 103.7. È la “tana” di Filippo Lopresti, volto e voce della trasmissione musicale di Rtv, Smashits e, da qualche mese anche station manager di una delle radio locali più “vecchie” e famose. «Finalmente dopo 12 anni sono tornato al mio primo amore, la radio!» dice entusiasta Filippo. Ha 40 anni ma sembra un ragazzino. È la sua passione per la musica a mantenerlo così giovane! È emozionato nel raccontare i suoi inizi, i successi, le pazzie: «A casa mia si ascoltava musica dalla mattina alla sera. Mia madre è diplomata al conservatorio e appassionata di classica. Io e mio fratello siamo cresciuti con la musica. Un nostro cugino ci costruì una radio artigianale e iniziammo subito a trasmettere un’ora al giorno dalla nostra “base pirata” di quartiere. Poi una radio privata, Radio Laser e un grande colpo di fortuna, con la gestione di Radio Reggio Centro, che è stata un mito per quelli della vecchia generazione. Così è iniziata la nostra grande avventura. Abbiamo formato un gruppo di sei speaker che trasmettevano gratis, senza dediche e senza parlare sopra le canzoni. La gente ha cominciato a conoscerci, a seguirci dappertutto. D’estate poi, animavamo le feste organizzate sulle terrazze, senza guadagnare una lira, solo per il gusto di divertirci.» Con quel suo fare simpatico e impostando la voce, parla orgoglioso del suo lavoro e ricorda quegli anni vissuti con ingenuità e spensieratezza: «La radio andava forte, nello Stretto eravamo leader incontrastati. Avevamo solo 10 dischi e se ogni tanto avevo qualche soldo in più ne compravo qualcuno, altrimenti ci arrangiavamo. Avevamo inventato una specie di Grande fratello, con personaggi più o meno reali, e coinvolgevamo gli ascoltatori. Eravamo riusciti a creare una radio potentissima solo con la nostra passione.» Assume un’aria più professionale e sembra si appresti a rivelare un grande segreto: «Erano gli anni di Dj Television, con Fiorello, Jovanotti, Linus, Albertino. Noi riuscivamo a organizzare delle grandi feste e a invitare questi personaggi. All’epoca si poteva ricreare in un locale una trasmissione televisiva di grande successo a livello nazionale. È stata una grande intuizione! E poi facevamo gli inviati al Festivalbar, ad Azzurro, a Sanremo, intervistavamo i cantanti e avevamo accesso dietro le quinte. Alla fine trasmettevamo il tutto in radio. A rappresentare il Sud c’eravamo solo noi. Le grosse testate giornalistiche non se ne interessavano molto.»
Sembra tutto così facile. È stato baciato dalla fortuna o ha dovuto affrontare anche lui delle difficoltà? «Sono stato molto fortunato, ma ho anche rischiato. Avevamo messo in piedi una cosa talmente potente senza avere una lira che se si sbagliava ci si rovinava economicamente ed era finita. Ci sentivamo quasi dei supereroi, ma così per gioco, sempre con umiltà.»
La televisione è un grande media, un canale di comunicazione immediata che ti ha dato molto successo.
«Smashits ha ormai 8 anni. Il successo è dovuto alla semplicità, alla costanza e alla passione mia e dei miei collaboratori. Tecnicamente gli effetti speciali sono quasi zero, presentiamo solo i video più gettonati. La tv va avanti per immagini e quindi se il video è bello, anche se la canzone in sé non è niente di speciale, catturi molto la gente. Per una trasmissione come Smashits ci vorrebbe una lunga lista di autori, ma essendo una televisione locale non disponiamo di un grosso budget e andiamo avanti con enormi sacrifici.»
Ma la radio, il primo amore, come dicevamo all’inizio, non si scorda mai, vero?
«No, mai. È la passione della mia vita. Adesso ho ricominciato a farla, ho ripreso RC International che era rimasta senza logo, senza jingle d’identificazione, con un ascolto bassissimo. Abbiamo in mente un grosso progetto.»
Cioè?
«Abbiamo una grossa fetta di mercato, stiamo pensando di svilupparci all’esterno, con delle trasmissioni dal vivo tra la gente. Non ci ghettizzeremo dentro lo studio radiofonico. Abbiamo bisogno del contatto. Se si coinvolge la gente, si può fare un grosso salto. Inoltre sto reinventando delle situazioni di 20 anni fa. Si continua a sognare, e le cose, se dette bene, con una certa professionalità, attecchiscono.»
Tu che sei nato con una radio di quartiere, come vedi il mondo delle radio locali oggi?
«Si sa, i grandi network nazionali sono i più ascoltati, e anche la gente purtroppo non aspetta più la radio per ascoltare il pezzo. Lo può scaricare da internet o “vederlo” sui canali satellitari. Non è più come una volta. In questi ultimi 12 anni, gli speaker radiofonici sono quasi scomparsi, non ci sono più i profeti che istruiscono i discepoli. Non ci sono state radio locali all’altezza, sono crollate. Io ho enormi difficoltà a trovare persone da avvicinare a questo mondo. All’inizio, chi possedeva una frequenza radiofonica, la considerava come un hobby, non un lavoro. Con la legge Mammì, se la radio non diventava un’azienda commerciale con buoni risultati economici, non riusciva a rimanere in vita. Per questo molti hanno ceduto le frequenze ai network per pochi soldi. Nessuno ha avuto il coraggio d’investire, di creare strutture, posti di lavoro. Nessuno ha avuto più passione. Manca purtroppo un’identità radiofonica potente nello Stretto. Reggio e Messina dovrebbero essere un’unica città, almeno da questo punto di vista.»
Com’era la vita a Reggio alla fine degli anni ’80?
La realtà era difficile. La gente non usciva molto, non c’erano tanti locali. E poi si aveva paura. Allora noi con la radio chiudevamo gli occhi e facevamo sognare. Eravamo la colonna sonora della città. Siamo stati costretti a chiudere con la Mammì. Ci siamo sentiti traditi, perché quello era il nostro rifugio, una realtà parallela, in una Reggio dove, a causa di una guerra di mafia, c’erano 100 morti l’anno. Avevamo poco ma eravamo felici.
I reggini?
«Il reggino è incredibile, ha delle grandi capacità. Con “Smashits in school” sono stato in 10 istituti superiori per formare una band. I ragazzi sono propositivi, con delle forti passioni. Si danno molto da fare. Non è vero che la realtà reggina è piatta. È vero invece che mancano le strutture. La qualità c’è, eccome. Faccio un appello a chi di dovere affinché si creino strutture, un Auditorium, come hanno fatto a Roma, ad esempio, dove i giovani possano provare ed esibirsi.»
Cosa ci vuole per avere successo?
Ci vuole fantasia, sempre cose nuove. Una band poi, per arrivare alla celebrità, deve affidarsi a un ottimo produttore che investa sul personaggio. Ci vuole fortuna. A Reggio ci si deve fare le ossa, poi però per avere visibilità in campo nazionale, purtroppo si è costretti ad andar via. Non ci sono riferimenti di importanti case discografiche qui. Bisogna fare la solita valigia: Roma, Milano, Bologna, grosse realtà.
Si può vivere di musica qui?
«Essere famosi a Reggio è facile. Ma resta tutto lì, non è gratificante. Può essere un trampolino per capire la tempistica. Purtroppo qui non si può vivere di musica. Mi dispiace dirlo, non voglio demoralizzare nessuno, ma è risaputo ormai che qui un locale paga solo se ha incassato e se il pubblico ha consumato. Credo che sia necessario continuare a studiare e trovarsi un altro lavoro. Questo può rimanere un hobby. Anche perché è un discorso generazionale, ci sono sempre persone nuove, interessi diversi. Una band nuova va forte un anno, poi dipende. Perché la gente ha sempre bisogno di nuovi miti. Purtroppo sono tante le meteore…»

(1 continua…)

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