Quando la musica esce dalle cantine
Quando la musica esce dalle cantine
di M. Cristina Scullino

29/06/2007 - Passione, fortuna, sogni, strutture… La nostra canzone comincia ad avere ritmo!
Continuiamo il viaggio.
La seconda tappa del Giro nella musica tra gli addetti ai lavori mi porta nello studio di registrazione del D- Studio, di Demy D’arrigo, titolare e tecnico del suono. L’ambiente è semplice, raccolto, quasi familiare. Riviste, libri, cd, dischi in vinile prodotti da Demy. Nella stanza dei bottoni ci sono tastiere, computer, tutto il materiale per registrare. Al di là del vetro, le cuffie e i microfoni.
Anche Demy, come Filippo, ha iniziato con la radio, prima speaker, poi dj.
«La radio è una grande scuola di formazione mentale musicale. Ti permetta di capire che genere ti piace di più. Io sono stato folgorato dalla musica dance. Ho fatto un corso per dj e uno di dizione. Ho lavorato nelle radio locali e nelle discoteche. Mi sono costruito un impianto tutto da solo, perché il mio “pallino” era quello di capire come funzionava tutto il sistema, m’interessava la parte tecnica della musica. Dopo la gavetta e una grande scuola di vita, con le esperienze più importanti nell’ambito dell’audio, ho deciso di aprire lo studio 7 anni fa. Mi sono innamorato di questo lavoro. Più scoprivo le cose e più mi appassionavo.»
Com’è attualmente la situazione in città relativa a questo settore?
«In città adesso teoricamente sono due gli studi di registrazione “regolari” e professionali, più uno a Villa San Giovanni e tre o quattro in provincia. Il resto, senza offesa per nessuno, sono considerati niente di più che un secondo lavoro, anzi un hobby.»
Come va il tuo lavoro?
«Abbastanza bene, fortunatamente. Mi dispiace dire però che lavoro molto di più fuori Reggio che non qui in città, perché ci sono più strutture. Mi occupo anche di situazioni turistiche, come le sigle per i villaggi, per cui tante società a livello nazionale mi contattano per questo tipo di produzione. Sono diventato da poco anche duplicatore e questo è per me un ulteriore passo avanti.»
Dal punto di vista musicale, com’è la situazione reggina?
«Credo che in virtù di questi fenomeni televisivi come Amici, ad esempio, i ragazzi si stanno un po’ svegliando, vedono che la cosa funziona. I cantanti, si sa, rimangono sempre degli idoli, e cantare sembra la cosa più naturale del mondo. Lo facciamo tutti sotto la doccia, no?
Si parte purtroppo dal fatto che si “deve” diventare famosi, ma c’è poca passione. Qualcuno magari ci riesce perché ha una bella idea, fa un bel pezzo, ma poi si brucia e diventa una meteora. Altri invece che hanno la passione e che continuano a provarci, faranno qualcosa di buono, non solo se hanno talento, ma se raggiungono quella maturità musicale che gli consente di capire cosa piace al pubblico».
Cosa ci vuole per avere successo?
Quello che funziona oggi è la canzone. Io credo molto nella fortuna, quindi far sentire il pezzo giusto al momento e nel posto giusto. Ciò non toglie che il pezzo e il personaggio ci debbano essere. Lo studio poi è sempre importante, in ogni caso. Finché tutti quelli che cantano ragionano da autodidatta, la musica rimane una passione che solo in qualche caso può evolversi, ma è difficile.
Cosa manca a Reggio, la qualità o le strutture?
Tutte le grandi aziende produttrici di musica sono al nord. Si è costretti purtroppo a fare i bagagli e partire se si vuole avere qualche possibilità. Qui non si può parlare di grande qualità, c’è ancora tanto da lavorare. La si può raggiungere piano, nel tempo. Le strutture sono poche, lo sappiamo, a parte il conservatorio o altre scuole private in cui la musica da passione diventa studio. Poi c’è sempre la vecchia casa della nonna, la cantina…
Da poco anche qualche studio di registrazione fa da sala prove, a pagamento naturalmente e con la possibilità di noleggiare gli strumenti.
Possibilità di fare serate, di esibirsi?
La possibilità di fare serate dipende dal compenso dei gruppi. Tanti locali in città contattano artisti di altre parti d’Italia, sia perché sono bravi, ma soprattutto perché hanno un cachet molto basso. Molti pretendono che i gruppi reggini suonino quasi gratis, perché è come se gli stessero facendo il favore di farli esibire! Non si aiutano i giovani così.
Qual è il genere che va di più qui a Reggio?
La cultura musicale che va per la maggiore è quella del pop, della musica leggera, soprattutto per i numerosi concorsi canori che ci sono d’estate. E poi non mancano dei tocchi di rap, hip hop e metal.
E la folk?
La musica folk è un mondo a parte. In città non è ascoltata molto, nonostante ci sia la ELCA Sound che in Calabria è la più grande etichetta discografica di folk e musica popolare. Fuori dai centri cittadini, invece è molto amata. A Reggio ci sono dei gruppi molto bravi che fanno questo tipo di musica e serate in giro per la Calabria.
Oggi si può vivere con la musica nella nostra realtà?
‹‹È difficile dirlo, io non credo, a meno che non metti in piedi una struttura. D’estate le occasioni sono tante e qualche guadagno si fa, ma d’inverno inventarsi il lavoro musicale è più complicato».
Cosa bisogna fare per cercare di sfondare?
«Bisogna crederci davvero, cercare di proporsi, di farsi sentire in ogni modo. Tanta gente fa solo cover e dice: “Prima o poi scriverò un pezzo.” Altri, che io apprezzo di più, partono dicendo: “Io ho un’idea da esprimere e ti faccio sentire come suona.” Hanno creatività, estro, è il loro pensiero, la loro personalità che deve uscire fuori. Io penso che la parte musicale di Reggio stia crescendo. Tra la tecnologia, l’evoluzione che le situazioni di live hanno prodotto, tutto quello che arriva dalla tv, spazzatura o meno, e quello che grazie a internet si può avere, sono sicuro che da qui a poco sentiremo più di un reggino che farà successo!»
A proposito di internet e nuove tecnologie…
«Per il mio lavoro non cambia veramente nulla. Se fossi un negoziante di dischi invece sarei molto arrabbiato, perché credo che la musica vada comprata. Ci si rende conto che in Italia mancano gli idoli, i miti. Quelli che riescono a riempire i palazzetti nel 2007 sono gli stessi che lo facevano 10 anni fa. La musica non è un soprammobile. Mi scarico tutta la discografia italiana e la metto in bella vista sulla libreria! Assurdo! La musica la devi ascoltare per gustarla. La facilità con la quale ormai si riesce ad avere un brano non ti permette di desiderarlo o di apprezzarlo davvero. Internet ha però un lato positivo: si conoscono realtà musicali dall’altra parte del mondo, di cui si ignorava l’esistenza. Non so se la bilancia pende più da una parte o dall’altra. So solo che le nuove tecnologie ci hanno regalato molte cose belle, ma ce ne hanno sottratte altrettante. La musica la posso avere tutta, basta un click!»
E proprio con un click cambiamo lato al nostro cd e ascoltiamo un altro punto di vista, quello dei giovani artisti reggini che hanno la musica nel sangue e che non mollano mai.
“Vivi come puoi dato che non puoi vivere come vorresti”. Questo è il motto di Vicius, chitarrista dei Day After, band reggina nata nel 2003, in cui la musica è “un vizio di famiglia”.
«I nostri genitori ci hanno trasmesso la loro passione per la musica e anche l’amore per i loro stessi strumenti – dice Angela, bassista, che insieme a Nazzareno, il batterista, ha fondato il gruppo – siamo figli d’arte! Fare musica nella nostra città non è facile. Noi siamo stati fortunati. Siamo stati notati durante una serata estiva in una delle classiche feste di piazza. Abbiamo un impresario e ogni anno facciamo un tour in giro per la Calabria e la Sicilia.»
Il gruppo è formato da quattro musicisti e da un numero non ben definito di cantanti! È questa la loro particolarità. «Noi non suoniamo e basta – dice Nazzareno – noi facciamo lo show! Ci piace divertirci e far divertire, e ogni anno mettiamo in scena uno spettacolo diverso, con cantanti e ballerini. Abbiamo un repertorio vastissimo che va dalla musica napoletana, al pop, al blues, ai ritmi latino-americani, al rock. Suoniamo sempre dal vivo, senza sequenzer, né basi o sovraincisioni. Sono pochi quelli che lo fanno. Per adesso siamo un gruppo cover, ma abbiamo in progetto dei pezzi nostri.»
«All’inizio è stata un po’ dura – continua Angie- facevamo solo blues nei pub e venivamo pagati ogni tanto. Ci siamo esibiti gratis una volta per beneficenza. Qui a Reggio c’è gente brava, ci sono molti gruppi, ma si canta sottopagati. Nei locali suonano sempre gli stessi e per la maggior parte vengono da fuori e sono professionisti».
I Day After provano nella classica saletta in città, in affitto, piccola, insonorizzata e attrezzata come meglio si può, con tutti i loro strumenti che sono costati tanti sacrifici. Sono ragazzi con una grinta da vendere e fanno dell’ottima musica. Ma qui non si può vivere con le sette note e lo sanno anche loro. «Secondo l’Istat – dice Nazzareno – solo un cantante su cinque oggi riesce a vivere di musica. Noi non ci possiamo lamentare, nonostante tutto. Non è un lavoro, ma come hobby ci frutta abbastanza e ci gratifica molto. Cosa ci vuole per sfondare? Beh, sicuramente passione e talento e anche un po’ di soldi.»
«A Reggio ci sono sempre i soliti problemi. È la storia infinita della mentalità, a cui si aggiunge anche la mancanza di strutture, sale, circoli culturali in cui possa attecchire una maturità musicale. – aggiunge Vicius – Manca il pubblico che riesce a distinguere e apprezzare la vera arte musicale, a capire i sacrifici, lo studio, l’impegno che c’è dietro una canzone. L’importante, per andare avanti, è cercare di essere più originali possibile, inventarsi cose nuove, sia per i testi che per la musica. Per arrivare fin qui abbiamo cominciato a suonare da piccoli. Ci piacevano diversi generi, adesso ci compensiamo a vicenda. La versatilità è il nostro punto di forza. Il nostro sogno? Continuare a suonare, essere autosufficienti e divertirci come abbiamo fatto finora. I musicisti hanno un bisogno interiore di esibirsi, sono artisti. Devono sognare e far sognare. Altrimenti non ha più senso.»

(2 continua…)
Commenti degli utenti
da luca | di lecco (14/05/2011 h. 14.59)
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