Quando la musica esce dalle cantine
Quando la musica esce dalle cantine
di M. Cristina Scullino

02/07/2007 - La passione, il sogno, la fortuna. Questo il ritornello del nostro cd che si ripete instancabile tra i giovani reggini. C’è anche chi della musica ne ha fatto un paio di ali per avvicinarsi e far avvicinare coloro che lo ascoltano alla preghiera, alla vera gioia, a Dio.
E’ Giuseppe Davi, che da Palmi è riuscito a portare in giro per l’Italia e per il mondo la forza della musica cristiana. Il suo talento è palese. La sua voce è semplice ma particolare, ricca di sentimento. Emoziona, trasmette messaggi importanti.
«Sono convinto che la mia passione per la musica sia nata in me fin da quando ero dentro il grembo materno. L’input per iniziare a studiare e a coltivare il mio talento l’ho avuto all’età di 10 anni, incoraggiato dalla mia insegnante che mi aveva sentito cantare. A 5 anni mi regalarono una chitarra giocattolo, a 13 quella vera, classica e iniziai a studiarla. Le difficoltà sono state tante. Le più brutte, non lo dimenticherò mai, causate dall’invidia di persone che cercavano di ostacolarmi e di bruciare il mio talento».
Inizia a cantare tra i banchi della chiesa da piccolo, partecipa a manifestazioni canore scolastiche e regionali. Poi i concerti cristiani live.
«Ho scelto la musica cristiana perché mi lega molto a Dio, mi sento un tutt’uno con Lui ogni volta che canto. E’ un genere difficile, ma credo sia un ottimo strumento per portare al mondo intero un messaggio di speranza, salvezza e pace».
Ma quali sono le doti necessarie per avere successo?
«Principalmente il talento, tanta fede, determinazione e semplicità e, per essere sinceri, anche qualche soldo in più non fa mai male!»
Giuseppe crede in quello che fa, crede che Dio abbia scritto questo destino per lui, ma non si sente “arrivato”. E’ felice, vede presentarsi tante opportunità davanti a sé, sia in Europa che in USA. Ma perché all’estero? In Italia è così difficile? E al Sud? Anche lui è dell’opinione che qui da noi non manca la professionalità né la qualità. Il suo primo cd lo ha registrato qui ed è stato un ottimo lavoro. Ad essere carenti sono sempre le strutture. Sulle differenze tra l’Italia e gli altri Paesi del mondo in cui è stato dice:«Potrei scrivere un libro intero sull’argomento! Diciamo che la più importante l’ho riscontrata rispetto all’America. Lì la musica cristiana è molto apprezzata e conosciuta e gli artisti sono amati e richiesti. In Italia quando ti presenti come artista cristiano quasi ti prendono in giro e non sanno nemmeno cosa significa. Questo mi ha deluso moltissimo. Devo dire che sono stato fortunato per quanto riguarda il mercato estero. Dopo il mio primo tour in Messico, Los Angeles e Miami, il pubblico latino si è affezionato a me e così ho iniziato a produrre anche in spagnolo e inglese». Un’artista internazionale, quindi, che canta in tre lingue diverse il sentimento più puro. Una scelta particolare la sua, né più facile né più difficile di altre, con i suoi rischi e le sue soddisfazioni. E le tante esperienze che insegnano:«Non è facile vivere di musica se non hai alle spalle una buona casa discografica. Ma se trovi i canali giusti e hai la fortuna di iniziare a fare concerti, allora sì, si può guadagnare bene».
I calabresi, si sa, sono testardi e sono diventati famosi per questa loro caratteristica. In questo mestiere, poi, è una qualità indispensabile e in questa realtà meridionale chi si arrende alla prima dura prova è sconfitto già in partenza.«Non bisogna arrendersi mai, così come ho fatto io. Proprio quando sembrava che le porte si stessero chiudendo, sono rimasto lì, pronto a lottare contro tutto e tutti. La fede mi ha aiutato tanto e continua a farlo. Dovete essere forti, umili, determinati e credere in voi stessi. Solo così ce la farete! Ovviamente, se vi si presenta l’opportunità di uscire un po’ fuori… scappate!»
Scappare, forse per portare con sé un po’ di quel calore e di quelle tradizioni che caratterizzano la nostra terra e farle conoscere a chi non è nato qui. Il nostro ritornello si arricchisce di un altro “sound”, quello etnico presentato dai Musicofilia, gruppo di Bova Marina che canta in dialetto, in italiano e in greco antico. Felice Ginestra è il batterista. Fa parte da poco tempo della band, ma è davvero entusiasta di suonare un genere così particolare e ha scoperto che lo appassiona molto. Perché chi ama la musica la ama tutta, in tutte le sue forme.
«La mia passione per la musica è nata per caso, una sera d’estate in spiaggia, quando mi sono ritrovato tra le mani dei piccoli bonghi cubani che ho iniziato a suonare divertendomi molto. Ho deciso così di studiare la batteria e mi sono iscritto al Modern College of Music qui a Reggio. Ho fatto parte di gruppi diversi e soprattutto ho suonato generi diversi. Il passaggio dalla saletta prove alla prima tournee è stato breve. Sono stato fortunato, ma ho studiato e provato tanto. I primi palchi sono stati quelli delle Giornate dei giovani della Pastorale diocesana di Reggio di cui facevo parte».
Beh, anche qui un piccolo aiuto dall’alto! Credere è fondamentale e crederci fino in fondo mantiene vivo il sogno.
«Ho avuto molte difficoltà a trovare un posto adatto per esercitarmi, avendo uno strumento ingombrante, acustico e un po’ fastidioso per i vicini. Per le prove con i vari gruppi invece mi sono spesso affidato ad una saletta che è diventata anche studio di registrazione e che si trova qui ad Archi. Si possono fare degli abbonamenti e si può utilizzare la strumentazione. Mi sono trovato molto bene. Al di là di questo non ci sono molti spazi».
Anche per lui mancano le strutture. Lo dice amareggiato, un po’ deluso da questa situazione di stallo che sembra non avere mai fine.
«La cosa che manca di più è la presenza di una Casa discografica vicina, che non ci dà la possibilità di essere visibili o “udibili” da nessuno. Se si vogliono fare delle tournee estive, delle serate di piazza, ci si può affidare ad alcuni impresari, ma spesso loro hanno già dei gruppi propri che formano durante l’inverno per gli spettacoli. Inserirsi è difficile. Le possibilità si limitano a proporsi, autogestendosi, a locali privati o per qualche spettacolo in Via Marina. Troppo spesso però nei locali il lavoro del musicista è svalutato. Noi facciamo qualcosa che amiamo fare. Quando andiamo a suonare, non andiamo con l’idea di esigere necessariamente una grossa paga, ma con la voglia di provare soddisfazione per ciò che amiamo. E’ giusto che da una parte siamo in grado di fare uno spettacolo di alto livello per avere una buona risposta dal pubblico, ma anche che dall’altra ci venga data una legittima remunerazione che ci dia dignità, che ci possa aiutare e dare senso al nostro lavoro. Le serate sottopagate esistono solo qui».
Sembra proprio che non se ne esca da questa strana mentalità. I sacrifici non vengono riconosciuti, si sottovaluta l’importanza di un lavoro che invece richiede più studio e impegno di molti altri e si cerca di sfruttare al massimo per ricavarci il più possibile.
«La gente va a provare pagando, si compra gli strumenti, si paga gli studi, che sono la cosa più costosa. Per chi ama la musica, studiare non è un optional, è una cosa obbligatoria. Se noi giovani, che siamo spesso disoccupati o studenti, vogliamo portare avanti i nostri studi e la nostra passione, abbiamo bisogno almeno di ammortizzare una parte di quello che spendiamo. Qui non manca solo la cultura musicale. Manca il rispetto nei confronti della musica e la serietà. Non è servizio sociale. Quello lo possiamo anche fare nella nostra vita, ma è una scelta. Ci sono solo alcuni locali che lavorano con serietà, dove vieni pagato il giusto, dove vengono rispettati gli accordi, dove i proprietari investono come imprenditori. L’alibi di sempre del “Abbiamo venduto poco stasera” è la frase più frequente che abbia mai sentito. Ma solo a Reggio. Fuori di qui è tutta un’altra storia ».
Da noi invece è sempre la stessa. Sono troppe le cose che non vanno bene, che sono sotto gli occhi di tutti, ma nessuno si preoccupa di risolvere il problema.
«Se si creano degli spazi, se si fa promozione culturale, si incentivano i giovani e la musica qui a Reggio potrà andare avanti. Mi ritrovo anch’io ad amarla tanto e a non poter vivere di lei. Non sono mai andato al Nord, ma conosco tanta gente in questo campo che solo fuori ha potuto raccogliere i frutti dei suoi sacrifici. Lì la musica è apprezzata non solo da chi desidera ascoltarla, ma anche da chi dà il servizio. Si deve investire nella musica, creare locali che fanno solo questo. Spesso vengono artisti stranieri molto bravi in posti come La Sosta a Villa, che fa un calendario jazz ogni inverno con musicisti USA. L’artista reggino, anche se è preparato come quelli internazionali, non ha il loro curriculum, il loro bagaglio di esperienze. Il loro nome ha un significato nel mercato musicale che noi non abbiamo. Una cosa è certa: se io studio tanto e non mi muovo da Reggio, non diventerò mai un professionista. Noi Musicofilia ci siamo autoprodotti per fare il cd. E’ in vendita nei negozi, ma è frutto dei nostri risparmi. Stiamo cercando una produzione, ma dobbiamo sempre viaggiare. La Casa discografica più vicina è a Catania. Il mio sogno? Quello di poter vivere suonando. Ma continuo a fare concorsi sperando di trovare un lavoro. La realtà reggina è purtroppo statica, spenta, senza alternative».
Siamo arrivati alla fine del nostro viaggio. Cosa dire di più? Eravamo partiti con la valigia piena di sogni e siamo tornati con i piedi per terra, ma con ancora tanta speranza. E’ una realtà difficile la nostra, in tanti settori e in tutti i sensi. Ma se ci arrendiamo non cambierà mai niente. Siamo stanchi del solito ritornello. La nostra vita merita una colonna sonora da Top Ten!
Continuiamo a sognare…
Commenti degli utenti
da franco zumbo | di Melito Porto Salvo(R.C,) (07/08/2010 h. 18.25)
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