Etica Aria di Julius Evola (terza parte)
di Dagoberto Husayn Bellucci

25/05/2009 - Evola intende soffermarsi sulla dicotomia radicale che oppone la visione moderna, l'etica attivistico-compulsoria della modernità, dell'uomo moderno e
dei suoi ritmi di vita 'frenetici' (...l'agitazione del nulla per il nulla in uno spazio senza tempo nè fine che ci 'ricorda' - tra le tanti possibili metafore contemporanee - i raduni 'orgiastico-psichedelici' all'ombra di 'stupefacenti' chimici definiti comunemente dall'opinione pubblica sistemica con il termine di 'rave-party'... lo 'sballo' del sabato sera elevato a potenza...il rincoglionimento di massa per vivere 'attimi' di puro dominio estatico...sottomessi ad 'influenze' 'altre'....) alla dottrina tradizionale ed aria relativa alla "propria natura".

"In tutte le civiltà tradizionali - in quelle che la vuota presunzione "storicistica" considera "superate" e che l'ideologia massonica giudica "oscurantistiche" - il principio di una fondamentale uguaglianza della natura umana fu sempre ignorato e fu considerato come una visibile aberrazione. Ogni essere ha, con la nascita, una "natura propria", il che equivale a dire, un suo volto, una sua qualità, una sua personalità, anche se più o meno differenziata.".

Niente da 'eccepire': l'egualitarismo di settecentesca e illuministica 'memoria' è il 'progenitore' della visione materialista e comunista del mondo: livellamento verso il basso, normalizzazione tecnicistico-scientistica, omologazione di massa che conduce inevitabilmente alla soppressione delle migliori virtù individuali e infine all'One World, mondo 'rovesciato' dell'effimero e dell'ibrido meticciamento - anche 'razziale' - con la disintegrazione di qualsivoglia scala di valori e l'annullamento di una meritocrazia sconosciuta alla concezione moderna tanto a quella di stampo marxista quanto a quella d'ispirazione liberal-democratica... E' il melting-pot (la società massificata della reductio ad unuum) il modello di riferimento della modernità e l'obiettivo degli apprendisti stregoni dei laboratori sociali del Sistema mondialista.

Il "restare fedeli alla propria natura" appartiene invece alla Tradizione.
"Il cardine dell'etica tradizionale - prosegue Evola - è esser sè e restar fedeli a se stessi. Ciò che si "è" , bisogna riconoscerlo e volerlo, anzichè cercar di realizzarsi diversi a quel che si è. Ciò non significa per nulla passività e quietismo. Esser se stessi è sempre, in una certa misura, un compito, un "tener fermo". Implica una forza, una drittura, uno sviluppo. Ma questa forza, questa drittura, questo sviluppo, qui hanno una base, prolungano disposizioni innate, si legano ad un carattere, manifestano tratti di armonia, di coerenza con se stessi, di organicità."

Molto meglio dunque, secondo l'etica tradizionale del restare fedeli alla propria natura, un commerciante o un artigiano che riconoscono in se doti commerciali o artigianali di un soldato affatto preparato ad affrontare la vita militare; sicuramente più nobile un contadino che sappia riconoscere le proprie virtù e 'coltivarle' - di generazione in generazione trasmettendo peraltro 'segreti' di un lavoro a contatto con la natura che è anche 'scienza' della vita e dei suoi cicli - che un re o un nobile privo di qualsivoglia doti aristocratiche, dissoluto o incerto, inattendibile e irresponsabile che condurrebbe inesorabilmente alla rovina il paese, il popolo e/o lo Stato che si troverebbe a dirigere.

"Nel riconoscere la propria natura, l'uomo tradizionale riconosceva anche il suo "luogo" , la propria funzione e i giusti rapporti di superiorità e di inferiorità. Le caste, o gli equivalenti delle caste, in via di principio, prima di definire dei gruppi sociali, definivano delle funzioni, dei modi tipici di essere e di agire. Il fatto della corrispondenza delle tendenze innate ed accettate e della natura propria dei singoli a queste funzioni determinava l'appartenenza alla casta corrispondente, di modo che nei doveri propri alla sua casta ognuno poteva riconoscere l'esplicazione normale della sua stessa natura."

La controparte etica del rimanere fedeli alla propria natura - come scrive Evola - è anche, soprattutto, il ridurre al minimo la possibilità che la nascita sia realmente 'casuale'. Un tempo essere di un certo lignaggio - nascere nobili, far parte di una aristocrazia - rappresentava una conquista ed insieme un onore ai quali corrispondevano doveri e diritti precisi. Tanto più si era aristocratici quanto più aumentavano responsabilità e doveri. Era , anzi trattavasi, di questione di 'stile' e di 'razza' l'appartenenza ad una data casta, ad una data nobiltà. In particolar modo si può considerare l'appartenenza ad una data casta come il risultato di innate doti, di temperamento, carattere, di virtù proprie dell'uomo di 'razza', di elementi superiori di una comunità, dei meritevoli e di chi si era distinto dal resto della popolazione aderendo ad una visione del mondo metastorica e seguendo i propri elementari istinti.


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