Etica Aria di Julius Evola (seconda parte)
di Dagoberto Husayn Bellucci

25/05/2009 - Per ciò che invece concerne l'Evola pensatore-politico dobbiamo invece ammettere che vi sono ancora parecchie 'zone d'ombra' ...un percorso ancora da 'decifrare': se la continuità ideale "Rivolta contro il mondo moderno"/" Cavalcare la tigre"/"La disintegrazione del sistema" di frediana memoria/ "Stato e Sistema" di Maurizio Lattanzio rappresentano per noi un'assoluto 'catechismo' basilare per la formazione di soldati-politici 'coscienti' della loro funzione e del loro ruolo di continuatori-trasmettitori di valori impersonali destinati a rimanere in eterno ('consegne' di vita e 'esempi scrittorii' assoluti di riferimento per chi , partendo dai valori del mondo della Tradizione, volesse 'affrontare' sufficientemente 'preparato' il gelido camminamento dell'attualità nichilistica) ; restano da considerare talune 'derive' o quantomeno alcune "direzioni" politiche assai discutibili dell'ultimo periodo (Evola come si ricorderà scomparirà nella metà dei settanta) comprese alcune dichiarazioni 'positive' rispetto all'emporio criminale sionista occupante la Terrasanta palestinese alias "stato d'Israele" del quale il filosofo della romanità ha tessuto le 'lodi' quale "organizzazione statal-militare"...

Tant'è Evola rimane un pensatore assoluto per quanto concerne i valori del mondo della Tradizione ed un imprescindibile punto di riferimento per le nuove (e pure le 'vecchie') generazioni in particolar modo per quanto riguarda la lungimiranza della visione aristocratico-tradizionale (...noi non siamo "nobili decaduti" - come ci ha 'insegnato' una 'vita' fa il soldato-politico Maurizio Lattanzio - ma casomai "aristocratici della decadenza" ...che è tutt'altra 'cosa'...) dello Stato che in Evola risulta coerente e conforme ad una particolare concezione organica della vita, dell'uomo e della sua organizzazione sociale.

"Evola - scrive Gennaro Malgeri (2) - al problema dello Stato e della crisi del politico ha dedicato più d'una riflessione tanto in questo dopoguerra quanto - e con maggiore incisività - negli anni Trenta, sembrandogli che la nuova scienza dello Stato stesse per fare finalmente giustizia del manicheismo che aveva imprigionato la coscienza politica europea. Nel momento di massimo trionfo dei movimenti nazionali tra le due guerre, Evola, con la consueta lungimiranza prese a riflettere sulla caduta dell'idea di Stato il cui momentaneo arresto non doveva assolutamente offrire illusioni sull'avvenire dal momento che comunque continuava a restare in piedi, non soltanto nell'ambito della scienza giuridica, una concezione del mondo che alla cosiddetta nuova scienza dello Stato prima o poi avrebbe dato il colpo di grazia.(...)
L'obiettivo della nuova scienza dello Stato- al quale tanto Evola che Costamagna diedero un originale apporto teorico - era il "bene comune" , idea impugnata dall'interpretazione individualistica, confusa con l'idea della felicità e dell'utilità , disciolta nella valutazione atomica e aritmetica degli interessi dei singoli. (...) Per Evola, sgombrato il campo dalle varie concezioni positiviste, economicistiche, razionalistiche e definito il "mondo organico" come "un mondo nel quale ogni essere e ogni attività aveva il posto che gli spettava e manteneva così la propria qualità specifica e la propria funzione relativamente indipendente nell'ordine del tutto", sostiene che il tipo di "organizzazione" che discende dall'ideale organico e che miri ad un'unità avente per elementi gli uomini , "dovrà più o meno riprodurre quegli stessi rapporti gerarchici , che definiscono la stessa entità umana, che non sono indeterminati e generici, ma precisi, palesandosi nella distinzione e simultanea coordinazione di quattro potenze: la potenza della vitalità pura, la potenza dell'economia organica generale (...), la potenza della volontà, la potenza dello spirito." (2)

Per 'introdurre' il lettore ai saggi di "Etica Aria" ( i quali spaziano da considerazioni sulla subpersonalità bolscevica alla mistica combattente giapponese , dalla 'devotio' ario-romana all'interessante serie di ricognizioni d'analisi sul "diritto sulla vita" che Evola risolve partendo dalla formula latina "jus vitae necisque" che equivale alla potestà di accettazione dell'esistenza umana ovvero di porre fine volontariamente ad essa e che - al di là di considerazioni d'ordine morale , proprie del resto della visione monoteistica ebraico-cristiano-islamica - secondo l'autore devono procedere da una considerazione essenziale ovvero la 'disponibilità' di accampare 'diritti' su ciò che realmente si possiede sottolineando che "il diritto di por fine alla propria vita è quindi condizionato dalla misura in cui questa vita possa esser detta davvero "mia"." ....lasciamo ai lettori di addentrarsi nell'analisi evoliana...) crediamo necessario sottolineare la lucidità e la giustezza d'analisi con le quali Evola , una volta di più, sottolinea l'imprescindibile 'obbligo' per l'uomo di 'razza' di rimanere "fedele alla propria natura".

E' questo il titolo dell'ultimo saggio che compare nell'edizione romana e che andremo ad analizzare. Scrive Evola: "Oggi quanto mai bisognerebbe persuadersi, che anche i problemi sociali, nell'essenza, rimandano sempre a problemi etici e di visione generale della vita. Chi pensa di risolvere i problemi sociali su di un piano puramente tecnico, rassomiglierebbe ad un medico che s'intendesse unicamente a combattere i sintomi epidermici di un male , invece di indagare e colpirne la radice profonda. La gran parte delle crisi, dei disordini, delle disequazioni che caratterizzano la società occidentale moderna se, in parte, dipendono da fattori materiali, almeno in egual misura dipendono anche dal silenzioso sostituirsi di una visione generale della vita ad un'altra, da una nuova attitudine rispetto a se stessi e al proprio destino, che è stata celebrata come una conquista, laddove essa rappresenta una deviazione e una degenerescenza."


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